
Matilde De Giovanni
13 nov 2025
La libertà a targhe alterne: quando il “progressismo” diventa censura
Negli ultimi giorni, l’annuncio della presentazione del libro di Daniele Capezzone “Trumpisti o Muskisti, comunque ‘fascisti’” presso la facoltà di Economia ha scatenato una reazione immediata da parte di alcuni collettivi universitari, culminata in un appello al presidio con lo slogan: “Fuori fascisti e sionisti dall’università”. L’evento prevedeva anche la partecipazione del giornalista David Parenzo, contestato da una parte del mondo studentesco per le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese.
La polemica ha preso la forma ormai ricorrente di una dinamica che dovrebbe far riflettere molto più della singola iniziativa: la pretesa di difendere la libertà impedendo agli altri di parlare.
Il pluralismo a senso unico
C’è qualcosa di profondamente stonato in questa idea di democrazia che predica il dialogo mentre pratica la scomunica.Etichettare in blocco relatori e promotori come “fascisti”, “sionisti”, “complici di genocidio” non è un atto politico: è un espediente retorico per evitare il confronto.Serve a silenziare l’avversario, non a capirlo né tantomeno a confutarlo.
Ma un’università che espelle anziché discutere, che trasforma ogni iniziativa in una caccia all’eretico, smette di essere un luogo di sapere e diventa un avamposto ideologico. E chi dice di voler combattere i fascismi con queste modalità dovrebbe interrogarsi sulla somiglianza dei metodi.
L’università non è un’arena per tifoserie
Il conflitto mediorientale alimenta passioni e indignazione. È inevitabile. Ma ridurre tutto a slogan, roghi simbolici e bandi di proscrizione non aiuta né la causa palestinese né la comprensione del conflitto. Alimenta solo un clima di radicalizzazione emotiva, dove chi dissente – o semplicemente vuole ascoltare – viene automaticamente classificato come nemico.
È una forma di infantilizzazione del dibattito pubblico che disarma il pensiero critico. Perché discutere quando si può impedire agli altri di farlo?
Il paradosso di chi “difende” la democrazia imbavagliando gli altri
La vera domanda è semplice: chi stabilisce chi può parlare e chi no?E, soprattutto, con quale legittimità?
L’università dovrebbe essere il luogo in cui tutte le posizioni – anche le più provocatorie, anche le più scomode – possono essere ascoltate e contestate. Se il dissenso diventa un problema da reprimere e non un elemento da elaborare, siamo davanti a un precedente pericoloso: l’idea che la democrazia si difenda solo concedendo libertà a chi la pensa come noi.
Un cortocircuito perfetto. E, purtroppo, sempre più frequente.
Se il dialogo muore, la democrazia si indebolisce
Il vero banco di prova delle società libere non è solo la tutela delle idee popolari. È la protezione di quelle minoritarie, controverse, disturbanti.È facile battersi per la libertà quando è in gioco la propria. Molto meno quando si tratta di riconoscere quella degli altri.
Oggi non è in discussione Capezzone o Parenzo. È in discussione il principio per cui un’università smette di essere un luogo aperto se si lascia intimidire da chi urla più forte.
Se la libertà diventa un diritto condizionato all’approvazione del gruppo più aggressivo, allora il problema non sono gli ospiti di una conferenza, ma la regressione culturale di chi dovrebbe invece guidare il progresso.
Ed è questo, più di qualunque slogan, a dover preoccupare.
