L’INCENDIO DELLO SPIRITO: JAN PALACH E IL DOVERE DELLA FIAMMA
- Matilde De Giovanni
- 19 gen
- Tempo di lettura: 6 min

di Federico Forestieri
Esistono momenti nella storia in cui il tempo sembra fermarsi, sospeso tra il rumore dei cingolati e il silenzio assordante di un popolo che sta per arrendersi. Per me, la vicenda di Jan Palach non è un semplice capitolo dei manuali di storia contemporanea; è una ferita identitaria che sento pulsare sotto la pelle. Tengo a questa storia in modo viscerale, perché essa incarna la sintesi perfetta tra l'amore per le proprie radici e la volontà di non piegarsi mai al nichilismo. Sento che diffondere il suo messaggio, oggi più che mai, non sia solo un esercizio di memoria, ma un vero e proprio dovere morale. In un mondo che corre verso l'oblio, ricordare Jan Palach significa rivendicare il primato dell'Uomo sulla materia. Noi tutti abbiamo l’obbligo di conoscere questa storia: Jan cercava un risveglio, e posso dire che, almeno con me, è riuscito nel suo intento. Il suo fuoco ha acceso la mia coscienza.
IL GELO DI PRAGA: IL CONTESTO STORICO E L’INVASIONE
Per capire il gesto di Palach, bisogna tornare a quell'agosto del 1968. La Cecoslovacchia stava vivendo un sogno di rinascita, quella Primavera di Praga guidata da Alexander Dubcek, che cercava di dare un volto umano al socialismo attraverso riforme, libertà di stampa e decentramento politico. Ma il risveglio fu brutale.
Sono le 23 del 20 agosto del 1968. Le truppe corazzate sovietiche varcano la frontiera cecoslovacca. Puntano su Praga. Contingenti polacchi, tedeschi orientali, ungheresi e bulgari prendono parte all’invasione. Iniziava così il tragico annuncio del telegiornale. L’agenzia ufficiale URSS, la Tass, dichiarava cinicamente che le truppe erano state chiamate per fermare la controrivoluzione. La realtà era un’altra: il timore sovietico che l’esempio della Cecoslovacchia si diffondesse in tutta l’Europa Orientale portò all'Operazione Danubio. 200.000 soldati e 5.000 carri armati schiacciarono ogni speranza.
Le truppe avanzarono nella notte. All’alba, Dubcek e i suoi ministri vennero arrestati. Nonostante l'eroica protesta della popolazione di Praga e lo sciopero generale, la forza bruta ebbe la meglio. Dubcek fu liberato, ma costretto ad accettare la presenza di truppe straniere e la sovranità limitata formulata da Breznev: una forma di neocolonialismo con la quale l’URSS si riservava di intervenire militarmente in ogni paese del Patto di Varsavia. Fu l’inizio della cosiddetta normalizzazione: i sogni vennero messi al bando, la censura tornò a colpire e la rassegnazione iniziò a penetrare nelle case come una nebbia tossica. È in questo clima di sottomissione che Jan Palach, studente di Filosofia, capisce che serve un atto di rottura totale.
IL SACRIFICIO: IL FUOCO CONTRO L'INDIFFERENZA
Il 16 gennaio 1969, verso le ore 16:00, Jan si reca in Piazza San Venceslao, nel cuore pulsante di Praga. Mentre un’intera nazione rischiava di scivolare nel sonno dell’accettazione e della mediocrità imposta dai cingolati, un ragazzo di vent’anni ha deciso di fare ciò che il mondo moderno ha dimenticato: dare tutto.
Un tranviere fu il testimone più meticoloso dell’immolazione. La sua attenzione fu attirata da un ragazzo ai piedi della scalinata, davanti al museo nazionale, in piazza Venceslao: si stupì nel vedere che si inzuppava gli abiti con il contenuto di una lattina bianca: appena si accorse che aveva acceso con gesto rapido un fiammifero fu abbagliato da una vampata. L’urlo di dolore e il corpo in preda alle fiamme che si contorceva sul selciato paralizzarono la folla. Il primo a muoversi fu il bravo tranviere: si tolse il cappotto e lo gettò sul giovane per spegnere le fiamme. L’udì gridare: La lettera, salvi la lettera.
Non è stato un gesto di follia, né un suicidio dettato dalla depressione. Jan Palach non è morto perché odiava la vita; è morto perché la amava troppo per vederla vissuta in ginocchio. Quello di Jan è stato un Sacrificio nel senso più antico del termine: un atto rituale e terribile, compiuto per bruciare non solo la sua carne, ma l'indifferenza che stava congelando l'anima della sua gente. Non era un suicidio per disperazione, non era una resa definitiva: era un’azione offensiva.
Bruciando se stesso, Palach ha dimostrato che esiste qualcosa nell'uomo che il fuoco non può distruggere e che i cingolati non possono schiacciare. Ha usato la sua carne per urlare che non si può scendere a patti con la menzogna. Ha rifiutato il compromesso che permette di vivere comodi ma schiavi. Poco prima di spirare, chiarì: Non voglio suicidarmi, mi sono dato fuoco come fanno i buddisti in Vietnam, per protestare contro quel che succede qui, contro la mancanza di libertà di parola, di stampa e di tutto il resto.
Tre giorni dopo, il 19 gennaio, Jan rendeva l’anima. Ma in quei tre giorni di agonia, il suo messaggio aveva già fatto saltare il banco della propaganda sovietica. Egli ci ricorda che la libertà non è un regalo, ma una conquista che richiede il coraggio di ardere. Ci ricorda che esistono valori per cui vale la pena immolarsi, che lo spirito è più forte della materia.
UNA COLONNA DORICA TRA LE ROVINE
La figura di questo ragazzo boemo si staglia come una colonna dorica in mezzo alle rovine. Egli è l'antitesi dell'uomo moderno, schiavo del benessere e della sicurezza. Palach ci ricorda che l'Europa non è solo burocrazia o moneta, ma è terra di Eroi tragici, sangue e volontà di potenza.
È il custode di una visione del mondo dove l'Onore pesa più del piombo e dove la Verità non è negoziabile. Il padre di Palach, anticomunista e socialista, aveva trasmesso al figlio i propri principi patriottici. Durante il ginnasio, Jan conservava ritagli di articoli di giornale, tra cui questo: «Non basta avere grandi idee, è necessario saperle proporre». A fianco, il suo commento: e metterle in pratica. In un'epoca liquida che rifugge il dolore e la responsabilità, Jan Palach è la pietra angolare che regge il tempio della dignità europea. Egli ha dimostrato che la volontà di potenza non è l'oppressione dell'altro, ma il dominio assoluto su se stessi, fino alla capacità di farsi cenere per una Verità superiore.
IL TESTAMENTO DELLA TORCIA NUMERO UNO
Nella sua borsa, Jan lasciò una lettera che non è solo un messaggio politico, ma un grido di riscatto spirituale che ho il compito di tramandare:
Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (Notiziario delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà.
Jan parlava di un gruppo, di altre torce. Egli si sentiva parte di una schiera, di una milizia dell'anima. Estrarre il numero 1 non era una sfortuna, ma un onore guerriero: essere il primo a testimoniare che l'uomo non è un animale da allevamento.
L’EREDITÀ: ESSERE SCINTILLA NEL BUIO E DOVERE MORALE
I suoi funerali divennero una occasione unica di unità del Paese e si trasformarono presto in una grande manifestazione antisovietica che vide in piazza oltre 600 mila persone. Il decano della facoltà di filosofia pronunciò un discorso davanti al feretro: La Cecoslovacchia sarà un paese democratico soltanto quando il sacrificio non sarà più necessario. Sulla facciata di un teatro era stata scritta a grandi lettere una frase di Brecht: Infelice quel popolo che non ha eroi. Ma infelice quel popolo che ha bisogno di eroi.
Onorare Jan Palach significa promettere a se stessi di non spegnersi mai. Significa mantenere viva, nel proprio piccolo, quella fiamma che distingue l'Uomo dal gregge. Il dovere che sento non è verso un ricordo sbiadito, ma verso una fiamma presente. Vent’anni dopo, nel 1989, Vaclav Havel scontò nove mesi di carcere per avere portato fiori sul luogo del rogo di Palach. Quel seme, infine, germogliò.
La sua tomba è in terra ceca, ma il suo fuoco arde ovunque ci sia ancora qualcuno disposto a stare in piedi, a non scendere a patti con la menzogna, a difendere il proprio sangue e la propria terra con la schiena dritta. Il suo rogo ha illuminato la notte della Cecoslovacchia e continua a illuminare la nostra. Finché ci sarà qualcuno che sentirà il brivido della dignità leggendo il suo nome, Jan Palach non sarà morto invano.
A distanza di decenni, il fatto stesso che io stia scrivendo queste righe, che il mio sangue senta questo richiamo e che tu le stia leggendo, è la prova inconfutabile che Jan Palach ha vinto. La sua vittoria non si misura in termini geopolitici immediati, ma nella sopravvivenza del suo esempio: ha sconfitto l’oblio, ha sconfitto il silenzio e ha sconfitto la rassegnazione. È fondamentale parlarne, oggi più che mai, perché la memoria è l'unica arma che abbiamo contro l'omologazione di un mondo che vorrebbe vederci senza radici e senza sogni. Parlare di Jan significa alimentare quel fuoco, impedire che il gelo dell'indifferenza torni a padroneggiare le nostre anime. Se il suo messaggio risuona ancora con questa forza, è perché la sua azione offensiva non è mai finita: continua ogni volta che decidiamo di non abbassare lo sguardo.
Noi siamo i custodi di quel fuoco.
Oggi, 19 gennaio, ricordiamo la sua dipartita terrena e la sua nascita come simbolo eterno.
Onore a Jan Palach. Il fuoco cammina con noi.






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